Covid-19, un sistema di sanificazione biologica validato da una ricerca italiana

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Superfici protette per ben 24 ore dal Covid-19 e nessun impatto sull’ambiente a differenza dei normali disinfettanti chimici che, peraltro, esauriscono la loro efficacia in poche ore. Sono stati questi i principali risultati di una ricerca italiana iniziata 11 anni fa sull’efficacia del Probiotic Cleanic Hygiene System (PCHS) nel combattere le infezioni, sistema dimostratosi efficace anche per proteggere dal Covid-19. I risultati sono stati presentati da Walter Ricciardi, Ordinario di igiene e medicina preventiva dell’Università Cattolica del Sacro cuore, e da Elisabetta Caselli, del Dipartimento di scienze chimiche e farmaceutiche dell’Università di Ferrara, nel corso di una recente conferenza stampa.

Un duplice scopo

La mission di PCHS è duplice: igienizzare gli ambienti e ridurre le infezioni, con zero impatto sull’ambiente. In una parola, rendere gli ospedali un luogo di cura e non più ambienti in cui è ancora alto il rischio di contrarre infezioni. Il nostro Paese detiene infatti un infausto primato per quanto riguarda le infezioni correlate all’assistenza (Ica), causa di 10mila decessi annui su un totale di 33mila a livello europeo, con una percentuale di pazienti ospedalizzati che oscilla tra il 5 e il 15% che contrae un’infezione durante il ricovero.

Il PCHS è un sistema tutto italiano, frutto di una partnership pubblico-privata, basato sulla competizione biologica attivata con specifiche tecniche e regolato da un metodo di controllo economico, di processo e di qualità. Proprio la collaborazione sinergica tra i diversi fattori consente la massimizzazione dell’azione dei microrganismi di PCHS per il controllo della contaminazione microbica ambientale e per la produzione d’igiene. Il sistema che agisce negli ambienti ospedalieri attraverso una tecnica di bio-stabilizzazione, una sorta di sanificazione biologica per mezzo della quale si sostituiscono i microorganismi “cattivi” con quelli “buoni”.

I risultati ottenuti e l’efficacia sul Covid-19

La sanificazione convenzionale degli ambienti, con i prodotti chimici, determina un’azione temporanea, non previene la ricontaminazione, ha un alto impatto ambientale e comporta la possibilità di favorire la comparsa di ceppi resistenti. «La sanificazione biologica, invece, si basa sull’equilibrio del microbioma – ha spiegato Caselli – piuttosto che cercare di eliminare tutti i microbi, è più efficace rimpiazzare quelli cattivi con microbi buoni. Si parla di esclusione competitiva». Il PCHS è in grado di abbattere sino all’80% in più dei micro-patogeni. Inoltre, non sono stati accertati casi di ceppi resistenti. Il suo utilizzo ha decretato una riduzione di oltre il 50% delle infezioni in tutti gli ospedali in cui è stato sperimentato, facendo segnare anche un importante risultato in termini di costi delle terapie (-70%) e utilizzo di antibiotici (-65%). È stato calcolato che in 5 anni il suo utilizzo potrebbe prevenire oltre il 50% delle infezioni, con un risparmio di risorse pari a 14 milioni di euro.

«I risultati della ricerca suggeriscono che l’uso del PCHS possa controllare efficacemente anche la diffusione di virus inviluppati (quelli che posseggono un doppio strato lipidico) incluso il SARS-CoV-2, evitando, al contempo di esacerbare il problema dell’antimicrobico resistenza e delle ICA in ambito ospedaliero» ha concluso Caselli.

Verso un cambio di passo culturale

«Questa innovazione – ha sottolineato Ricciardi – può cambiare radicalmente il modo in cui si combattono le infezioni. Occorre tuttavia fare adesso un cambio di passo importante, anche culturale, per far sì che questa innovazione venga applicata a tutti gli ambiti. In questo è determinante il ruolo dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute». Ad oggi, infatti, le linee guida prevedono la sanificazione soltanto per mezzo di agenti chimici.
«Non bisogna cambiare la legge, ma permettere l’applicazione di un’innovazione scientifica disponibile, modificando regolamenti e linee guida» ha concluso.

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