L’endometriosi è una patologia infiammatoria cronica dell’apparato riproduttivo femminile che colpisce indipendentemente dalla condizione sociale causando la crescita anomala di endometrio al di fuori dell’utero con ripercussioni, a causa di effetti invalidanti sia fisici che psicologici, sulla salute globale della donna.

Sette lunghi anni

La diagnosi richiede in media sette anni per essere confermata: il ritardo diagnostico e la poca conoscenza della patologia l’hanno resa, negli anni, una malattia sottodiagnosticata. Se la sintomatologia inizia prima dei 20 anni, inoltre, i tempi si allungano causando un ritardo diagnostico fino a 11 anni.

L’endometriosi è una malattia subdola, insidiosa, per cui serve un occhio esperto per riconoscerla. Ci sono però anche dati confortanti e le cose ora stanno cambiando: negli ultimi anni la maggiore incidenza di diagnosi sembra essere legata ad una maggiore conoscenza e consapevolezza della patologia, che porta le donne, in primis, a fare più prevenzione, e il personale medico specializzato ad essere più formato a riconoscere i segnali della malattia così da indirizzare più prontamente verso una diagnosi.

Donne invisibili

Pur non rientrando tra le malattie rare in quanto colpisce milioni di donne al mondo, l’endometriosi è stata, per troppi anni, una patologia invisibile. La difficoltà di fare diagnosi, la scarsa conoscenza sociale e la ridotta attenzione medica hanno reso invisibili anche le donne che ne soffrono, che per anni non hanno potuto dare un nome a quel dolore invalidante sottovalutando una condizione clinica importante.

I sintomi sono stati spesso confusi con altre condizioni, sminuiti o considerati normali e passeggeri, ed è così che il dolore è passato in secondo piano, trattato nel modo sbagliato o addirittura non trattato. Questo negli anni ha portato le donne affette a vivere una quotidianità dolorosa mascherata da normalità, temendo di non essere credute, con aumento di stati d’animo di ansia e incertezza e risvolti negativi sulla vita lavorativa, affettiva e sessuale.

Cause e diagnosi

La patogenesi dell’endometriosi resta, ad oggi, non totalmente chiara. Nessuna delle teorie finora studiate (mestruazione retrograda proposta da Sampson nel 1927, alterazione del tessuto che riveste le pelvi, metaplasia celomica secondo cui una cellula peritoneale può trasformarsi in una cellula endometriale a seguito di uno stimolo ormonale, ambientale o infiammatorio), riesce a rispondere in modo esaustivo a tutte le manifestazioni cliniche ad essa associate. Il fil rouge è una disregolazione del signaling ormonale associata all’infiammazione cronica.

Di fatto, la presenza di cellule endometriali presenti al di fuori dell’utero (ovaie, tube di Falloppio, basso addome) risponde alla stimolazione ormonale provocando dei sanguinamenti interni (pseudo mestruazioni). La diagnosi passa attraverso anni di dubbi e dolori, e si conclude solo a seguito di un’accurata anamnesi familiare, visita ginecologica specialistica ed esami di imaging come l’ecografia transvaginale, che rappresenta la prima linea, e la risonanza magnetica pelvica. Per le forme più profonde una risposta definitiva arriva dalla laparoscopia chirurgica e la biopsia.

Nuove frontiere di cura

L’attenzione scientifica oggi è rivolta verso nuove molecole e terapie immunologiche: immunomodulatori (riducono l’infiammazione e la progressione della malattia), agenti antiangiogenici (inibiscono la formazione di nuovi vasi sanguigni bloccando la crescita delle lesioni), agenti antifibrotici (bloccano la formazione di tessuto cicatriziale riducendo infertilità e dolore) e nanoparticelle di ossido di ferro (rimuovono in modo non invasivo le lesioni).

Nuove prospettive lasciano spazio anche alla nutraceutica e all’impiego mirato di fitocomplessi e probiotici: le sostanze più utilizzate sono curcumina, quercetina, resveratrolo e N-acetilcisteina che vantano proprietà antinfiammatorie ed antiossidanti.

I nuovi lea: cosa è cambiato?

Dopo oltre 7 anni di attese, il 30 dicembre 2024 sono entrati in vigore i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza aggiornati, che riconoscono l’endometriosi come malattia cronica invalidante e dunque meritevole di tutele (Allegato 8 del DPCM del 12 gennaio 2017). Sebbene questo aggiornamento rappresenti un importante passo in avanti, cosa è davvero cambiato?

L’endometriosi entra sì a far parte delle patologie croniche invalidanti che danno diritto all’esenzione, ma questo non vale per tutte le diagnosi, e non si traduce in cure gratis per tutte le pazienti. Ad oggi sono riconosciute esenti le seguenti prestazioni in caso di endometriosi moderata e grave, cioè III e IV stadio ASRM*:

  • visita di controllo per il monitoraggio della malattia, delle complicanze ogni 6 mesi;
  • ecografia dell’addome inferiore, incluso eventuale colordoppler ogni 6 mesi;
  • ecografia ginecologica, incluso eventuale ecocolordoppler ogni 6 mesi;
  • ecografia transrettale, incluso eventuale integrazione colordoppler ogni 6 mesi;
  • clisma opaco semplice.

Di fatto i nuovi LEA non presentano cambiamenti sostanziali per chi non abbia una diagnosi al III e IV stadio (che arriva solo dopo l’esame istologico), che dovrà continuare a sostenere a proprie spese visite e terapie. Inoltre, non in tutte le regioni sono presenti centri specializzati per l’endometriosi, portando molte pazienti a doversi spostare a spese proprie.

*La classificazione ASMR (Revised American Society for Reproductive Medicine) è il sistema standard usato in chirurgia per determinare lo stadio dell’endometriosi in base a localizzazione, estensione delle lesioni, cisti ovariche e aderenze.

Le percentuali dell’endometriosi

40%: donne affette da endometriosi che possono avere problemi di infertilità

65%: donne che vivono rapporti sessuali dolorosi con conseguenze sul rapporto di coppia

43%: donne che hanno paura a parlarne per stigma sociale o temono di non essere credute

80%: casi di interferenza negativa col lavoro

80%: donne che soffrono di disturbi del sonno

PRINCIPALI FATTORI DI RISCHIO

  • Non avere figli;
  • Cicli mestruali abbreviati (<27 giorni) ed emorragie lunghe (>7 giorni e abbondanti);
  • Familiarità con parenti di primo grado e menarca precoce (prima degli 11 anni);
  • Sistema immunitario alterato: la disregolazione immunitaria impedisce alle cellule Natural Killer di eliminare i tessuti endometriali anomali.

ALTRI FATTORI

  • Stress cronico;
  • Alterazione del microbioma: la proliferazione del batterio Fusobacterium sembra causare cambiamenti strutturali di tessuti sani in lesioni endometriosiche;

Stile di vita e ambiente: grassi saturi, fritti, alcol, carne rossa ed esposizione prolungata ad inquinanti ambientali aumenta il rischio e la velocità di progressione della malattia.

I flavonoidi

Negli ultimi anni la ricerca ha spostato il suo focus da molecole antinfiammatorie con azione sistemica a molecole con azione mirata sul tessuto endometriale. I flavonoidi, in particolare Esperidina, Apigenina e Luteolina, sono le più studiate con effetti promettenti sul rallentamento dei processi di invecchiamento cellulare e sulla modulazione ormonale (inibiscono l’aromatasi responsabile della produzione di estrogeni che alimentano l’endosi).

Terapie attuali

Una cura definitiva per l’endometriosi non esiste. La strategia mira al controllo del dolore riducendo l’infiammazione. È doveroso ricordare come il dolore spesso evolva in sistemico fino a diventare di tipo neuropatico centrale, causando la neuroinfiammazione che porta a stanchezza, depressione e difficoltà a concentrarsi. Quando i classici FANS falliscono, entrano in campo i farmaci ormonali (pillole micro progestiniche o i GnRH analoghi) che bloccano le mestruazioni.

Questa strategia rallenta lo sviluppo delle lesioni bloccando l’attività ovarica e il dolore, ma può dare importanti effetti collaterali. In questi casi può essere necessario sottoporsi ad un intervento chirurgico per l’asportazione delle lesioni, anche se questa soluzione non elimina il rischio di recidive.

In Italia

A soffrirne sono principalmente le donne in età fertile tra i 18 e 50 anni, con un’incidenza maggiore tra i 25 e i 35 anni e un picco tra i 31 e i 35. La finestra di rischio si riduce con l’avanzare della menopausa (è una patologia estrogeno dipendente), ma in alcuni casi, ad esempio in presenza di terapie ormonali sostitutive, può persistere. Nel nostro Paese a soffrire di endometriosi in età riproduttiva è più del 10-15% delle donne, con circa 3 milioni di diagnosi confermate.

Tratto dal numero di giugno 2026 di Tema Farmacia News

SITOGRAFIA

Allegato 8 del DPCM del 12 gennaio 2017

https://www.salute.gov.it/new/it/tema/livelli-essenziali-di-assistenza/il-dpcm-del-2017-e-gli-allegati/

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