Prevenire le varici

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I segni clinici della malattia venosa cronica (varicosità reticolari dermiche – i cosiddetti capillari, le vene varicose, la dermoipodermite, le discromie cutanee e le ulcere venose) dipendono da varie cause, che possono agire in modo singolo o simultaneamente, e che contribuiscono a delineare un quadro clinico articolato che può giungere, nei casi più gravi, fino alla necessità di rimozione chirurgica delle vene non più in grado di assicurare il corretto ritorno venoso del sangue dalla periferie verso il cuore.

«Tra i principali fattori di rischio possiamo ricordare la familiarità, intesa come predisposizione genetica, il sovrappeso, cause ormonali, la stazione eretta prolungata, l’adiposità sottocutanea», spiega Giuseppe Maria Andreozzi, primario emerito di Angiologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e presidente della Società italiana di angiologia e patologia vascolare (Siapav).
Il risultato finale è il progressivo deterioramento della capacità del sistema venoso degli arti inferiori di “ripompare” il sangue verso il cuore. Ne deriva uno stato di insufficienza venosa cronica che si fa progressivamente più marcato ed evidente, a iniziare da una stanchezza diffusa alle gambe, caviglie gonfie, capillari evidenti, fino agli stadi più avanzati in cui le vene diventano sempre più dilatate, con possibile comparsa di ulcere cutanee.

Un utile ausilio per migliorare il ritorno venoso la cosiddetta “terapia compressiva”. «Con questo termine si indica l’applicazione di un dispositivo esterno all’arto che “comprima” le strutture vascolari e tissutali che stanno al di sopra della fascia muscolare. La terapia compressiva è uno dei cardini del management della malattia venosa cronica (MVC). Può essere realizzata mediante l’applicazione di un bendaggio contenitivo o l’uso di calze elastiche a compressione graduata. I due presidi non sono equivalenti. La terapia compressiva è indicata nelle fasi avanzate della MVC (classi da C3 a C6 con edema, ipodermite, ulcere), nelle vene varicose sintomatiche (classe C2)», aggiunge Andreozzi.
In condizioni fisiologiche normali, l’azione di pompaggio esercitata con la deambulazione a livello venoso dai muscoli della gamba spinge il sangue verso il cuore. La presenza di uno stato patologico rende questa azione meno efficiente, soprattutto per incontinenza delle valvole venose, con conseguente reflusso venoso verso il basso. L’azione delle bende o delle calze elastiche terapeutiche favorisce il ritorno venoso e contribuisce a ridurre l’ipertensione venosa che si accompagna sempre alla MVC migliorando il deflusso venoso e prevenendo anche la formazione di trombi. «La terapia compressiva è una terapia; e in quanto tale ha precise indicazioni e controindicazioni, la sua prescrizione deve essere fatta dal medico specialista. È il quadro clinico generale a dettare la classe di compressione; la presenza e il grado delle varici, l’entità e la durata del reflusso, lo stato del tessuto sottocutaneo (presenza di infiammazione cronica o meno), la presenza di edema», sottolinea il presidente della Siapav.

Le bende per la fase acuta

Il bendaggio è riservato alla fase acuta e/o di scompenso della malattia venosa cronica. Esistono diversi tipi di bende distinte in base al grado di elasticità: le bende ipo-anelastiche si estendono poco, comprimono l’arto soltanto durante la contrazione muscolare e poco o nulla quando il muscolo è a riposo. «Hanno effetto prevalentemente sul circolo profondo e durante la deambulazione. Le bende anelastiche hanno indicazione assoluta nel trattamento delle ulcere venose», spiega Andreozzi.
Le bende elastiche hanno una buona estensibilità e comprimono il sistema venoso sia quando il muscolo è in attività sia in condizione di riposo. Agiscono soprattutto sul sistema superficiale, durante la deambulazione e durante il riposo. Si distinguono in bende ad allungamento medio e bende a elevato allungamento. «Le prime agiscono anche sul sistema profondo e trovano dunque indicazione quando esista una patologia specifica delle vene perforanti (ulcere venose, scleroterapia di varici tronculari)», evidenzia l’angiologo. «Le bende a elevato allungamento trovano, invece, indicazione dopo scleroterapia di varicosità reticolari e dermiche. In caso di malattia venosa cronica scompensata (erisipela, linfangite) o di trombosi venosa superficiale a elevata componente flogistica, sarà bene interporre a contatto con la cute una benda all’ossido di zinco e su questa applicare la benda elastica. È buona consuetudine, inoltre, che il bendaggio sia multistrato e confortevole, con buona protezione delle zone cave (cavo popliteo, imbottitura morbida; malleolo laterale, supporto a U;  malleolo mediale, supporto a J)».

Calze per ogni esigenza

La calza elastica aumenta ab estrinseco il tono della parete venosa, o meglio ne riduce la compliance, la distensibilità. «Essa trova indicazione in tutti i casi di malattia venosa cronica stabilizzata. Dev’essere una calza a compressione graduata, ed è bene che il tipo e la misura siano prescritti direttamente dal medico e non demandati ai rivenditori. L’uso della terapia compressiva, prima con benda e successivamente con calza elastica, è fortemente raccomandato in caso di trombosi venose superficiali e profonde. In queste ultime, dopo la fase acuta, l’uso regolare di gambaletti e calze elastiche riduce significativamente il rischio di comparsa della sindrome post-trombotica e dunque di MVC», sottolinea ancora Andreozzi.
Le calze “riposanti”, non medicali, non hanno invece scopi terapeutici e non sono dispositivi medici; questa tipologia di calze può risultare utile nelle fasi iniziali (funzionali e non organiche) della malattia venosa cronica, cioè quando sono presenti sintomi da MVC (soprattutto pesantezza ed edema serotino) in assenza di varici conclamate o altra patologia. «Non ci sono studi che dimostrano un’efficacia preventiva della terapia compressiva sulla comparsa di varici nei soggetti con fattori di rischio; mentre esistono evidenze sull’efficacia in terapia, cioè sulla sintomatologia ed evoluzione della malattia conclamata», commenta lo specialista.
Le calze elastiche, specie quelle che assicurano un maggiore sostegno alle gambe, sono piuttosto pesanti e possono a volte risultare poco gradite e mal tollerate dal paziente, specie se è costretto a indossarle d’estate con temperature esterne molto elevate. In termini generali, la calza elastica va indossata al mattino, quando il sistema venoso è abbastanza riposato, e mantenuta durante tutta la giornata. «D’estate può essere utile raccomandare alla paziente di indossarla al mattino, quando l’aria è più fresca o si lavora in ambienti condizionati, lasciando libere le gambe al pomeriggio e alla sera, quando anche l’estetica vuole la propria parte. La benda elastica, invece, non può essere autogestita; deve essere applicata da personale esperto, dopo una corretta diagnosi», consiglia Andreozzi.
La gamma di calze elastiche terapeutiche in commercio è molto variegata (gambaletto, collant, a coscia), per rispondere ai bisogni delle diverse tipologie di utilizzatore. La compressione graduata decresce dal basso verso l’alto della gamba (è minima alla coscia e massima alla caviglia) ed è espressa in millimetri di mercurio (mmHg). Quattro sono le diverse classi di calze elastiche a compressione graduata.

La scelta della taglia più appropriata deve tenere in considerazione  le circonferenze misurate in punti ben precisi della gamba, in modo che la pressione esercitata corrisponda effettivamente a quella nominale prevista per la calza.

Giuliana Miglierini

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