Antibiotici in Italia: lo stato dell’arte

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Ancora oltre la media europea, soprattutto in ambito privato, il consumo di antibiotici inizia a subire piccole inflessioni, indice di prescrizioni più appropriate da parte dei medici e di maggiore consapevolezza nei pazienti

L’aumentare dell’antibiotico-resistenza richiede azioni rapide e decise. Data la natura multifattoriale del fenomeno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha proposto un approccio One Health, che promuove l’uso appropriato degli antibiotici in ambito umano, veterinario e ambientale. Lo sforzo deve essere condiviso e richiede un monitoraggio a vari livelli: locale, nazionale e più globale. In Italia è l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) a effettuare questo monitoraggio, ed è da Aifa che arriva il nuovo rapporto OsMed “Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. L’uso degli antibiotici in Italia. Rapporto Nazionale 2019. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2020”. Dal rapporto emerge che l’uso nell’anno di riferimento è rimasto stabile, pari a 21,4 DDD/1000 abitanti die e al 3,6% della spesa e al 1,5% dei consumi totali a carico del Ssn. Sono numeri, questi, che pongono ancora l’Italia al di sopra della media dei consumi europei, soprattutto in ambito privato, dove questi farmaci sono i più utilizzati, in particolare macrolidi, lincosamidi e penicilline. È ancora alta anche la spesa per acquisti privati di antibiotici rimborsabili dal Ssn (classe A nel 2019), pari al 20% dei consumi territoriali. In ospedale, invece, si osserva un maggiore allineamento con gli altri Paesi europei, tranne che per chinoloni, sulfonamidi, trimetoprim e gli altri antibatterici beta-lattamici, il cui consumo è più elevato.

Il 90% del consumo di antibiotici a carico del Ssn (15,6 DDD/1000 ab die) è erogato in regime di assistenza convenzionata, quindi da medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.

Chi sono i maggiori utilizzatori in Italia

Il consumo decresce andando dalle regioni del Sud a quelle del Centro e del Nord, passando da 19,6 DDD/1000 ab a 16,8 DDD/1000 ab die per arrivare a 12,4 DDD/1000 ab die. Parlando di età, assumono questi farmaci soprattutto bambini tra i 2 e i 6 anni di età e gli over 85. Anche in età pediatrica è il Sud a consumare più antibiotici, con il 7% rispetto in più della media nazionale, con segnali di miglioramento soprattutto in Campania e Sardegna (rispettivamente -6,9% e -6,5%).

Un altro fattore di variabilità è la stagione: i consumi aumentano nei mesi invernali, per poi diminuire in estate. Nel 2019 il picco è stato registrato nel mese di febbraio, con 22,4 DDD/1000 ab. I dati più bassi, invece, sono stati registrati nel mese di agosto, con 10,1 DDD/1000 ab die. Risulta dunque evidente la coincidenza del picco invernale con il picco influenzale, che è stato particolarmente forte nel 2019. Questo dato ci porta quindi a parlare un latro tema rilevante, l’appropriatezza prescrittiva. Oltre l’80% delle sindromi influenzali sono virali, pertanto non richiederebbero una terapia antibiotica. Il documento di Aifa è molto preciso nell’analisi di questo tema e individua le principali aree di inappropriatezza: influenza, raffreddore comune, laringotracheite, faringite e tonsillite, cistite non complicata e bronchite. Dall’analisi dei dati della medicina generale relative alle prescrizioni per queste categorie è emerso un uso inappropriato che supera il 25%. I numeri più alti riguardano il Sud, le donne e gli over 65. Sono comunque ampie anche le inappropriatezze anche in ambito pediatrico.

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