Nel contesto dell’invecchiamento demografico, la longevità non è più un obiettivo teorico o un traguardo statistico, ma una sfida strutturale per la pratica clinica quotidiana. Per medici e professionisti sanitari, il tema non coincide con la sola estensione della sopravvivenza: riguarda la qualità funzionale degli anni vissuti, la prevenzione delle fragilità, la gestione integrata della cronicità e l’adozione di interventi continuativi lungo tutto l’arco della vita adulta.

In questa prospettiva, il paradigma One Health offre una chiave interpretativa utile. L’invecchiamento viene letto come un processo complesso e multifattoriale, influenzato da determinanti biologici, ambientali, sociali ed economici, e richiede modelli di cura per superare la frammentazione per specialità o per singola prestazione.

In vista del Milan Longevity Summit 2026, con Alberto Beretta, presidente del Comitato Scientifico, abbiamo approfondito come le evidenze più recenti possano tradursi in strumenti concreti, sostenibili e scientificamente fondati per una medicina della longevità orientata alla healthspan.

Dr. Beretta, l’adozione del paradigma One Health come modifica l’approccio rispetto al passato e qual è l’elemento distintivo di questa edizione?
«Come l’anno scorso, abbiamo mantenuto un taglio medico-scientifico con un’attenzione alla divulgazione qualificata, che include anche la presenza di un Premio Nobel, e alle implicazioni sociali. Abbiamo ampliato l’area dedicata alla biologia dell’invecchiamento, alla clinica e alle nuove tecnologie, per offrire una panoramica completa degli strumenti disponibili per migliorare l’healthspan. È ormai chiaro come non basti più circoscrivere il dibattito alla dimensione biologica e medica. L’ambiente, ad esempio, pone limiti concreti alla prospettiva di un invecchiamento in salute; lo sviluppo economico e le politiche socio-sanitarie incidono sulle possibilità reali di accesso a interventi preventivi e terapeutici. Per questo, abbiamo esteso le tematiche includendo questi ambiti in una cornice esplicitamente One Health». 

Quali determinanti non clinici sono ancora sottovalutati o poco integrati nelle politiche di salute pubblica?
«Il primo fattore è l’ambiente, che incide molto sulla prospettiva di vita in salute. Climate change, inquinamento, contaminanti ambientali e alimentari influenzano il rischio di patologie croniche. Una delle sessioni scientifiche sarà dedicata al concetto di “esposoma”, ossia l’insieme delle esposizioni ambientali, fisiche, chimiche, biologiche e sociali a cui un individuo è soggetto. Un secondo elemento ad alto impatto è la dimensione economica della longevità. Pensiamo alla sostenibilità per un pensionato con reddito basso, in un contesto in cui l’aumento dell’aspettativa di vita si accompagna a un carico crescente di cronicità e a un servizio sanitario che in Italia mostra segni di affaticamento. La questione non è solo clinica, bensì strutturale: riguarda la tenuta dei modelli di welfare nel lungo periodo. Non pretendiamo di risolvere queste grandi sfide, ma vogliamo porle al centro del confronto, sollecitando decisori e policy maker a una visione prospettica e non emergenziale».

Uno dei principali limiti della ricerca è la difficoltà di tradurre i risultati in interventi applicabili su larga scala. Quali modelli di trasferimento saranno discussi come esempi credibili di approccio traslazionale?
«Un esempio concreto è il drug repurposing, o riposizionamento dei farmaci. L’identificazione di nuove indicazioni terapeutiche per molecole già approvate e disponibili come generici: riduce tempi, costi e rischi rispetto allo sviluppo ex novo. Al Summit discuteremo di studi preclinici che suggeriscono proprietà neuroprotettive per un antiallergico di uso comune e di ricerche su un antiretrovirale generico usato da decenni, associato a effetti anti-degenerativi. Il nodo critico è economico: la rilabelizzazione di un generico richiede investimenti elevati, a fronte di un ritorno limitato. Il settore pubblico potrebbe svolgere un ruolo chiave, ma deve confrontarsi con vincoli di bilancio stringenti. Altri esempi riguardano il trasferimento tecnologico: strumenti diagnostici per la stima dell’età biologica, tecnologie omiche – genomica, epigenomica, proteomica – e piattaforme di analisi dei dati. Si tratta, per ora, di soluzioni spesso costose e di nicchia».

È sempre più netta la distinzione tra estensione della vita e miglioramento della healthspan. Quali biomarcatori ed endpoint dovrebbero oggi guidare strategie di longevità responsabile?
«La valutazione della VO₂max è un indicatore affidabile dello stato cardiovascolare e un predittore prospettico di mortalità e morbilità. La composizione corporea – rapporto tra massa grassa e magra – fornisce informazioni rilevanti sul rischio metabolico e funzionale. I wearable consentono un monitoraggio accurato del sonno, con identificazione di apnee, alterazioni delle fasi REM e squilibri circadiani, elementi correlati a esiti cardiovascolari e neurocognitivi. Rilevante è il contributo dell’epigenetica: i test basati sui pattern di metilazione del DNA danno informazioni prospettiche sul rischio di patologie anche con 15–20 anni di anticipo».

Il rapido sviluppo di tecnologie e interventi in ambito longevity comporta anche il rischio di derive commerciali?
«Il rischio è concreto, specie in alcuni contesti internazionali, dove il mercato propone interventi non sempre sufficientemente validati, talvolta presentati come soluzioni quasi miracolistiche e spesso accessibili solo a una ristretta élite. In Italia questo mondo ha contorni ben diversi perché è essenziale ancorare ogni proposta a evidenze solide e a percorsi regolatori chiari. Quando tecnologie diagnostiche e strumenti di monitoraggio saranno validati su ampie coorti e resi economicamente sostenibili, potranno essere integrati nei programmi di prevenzione primaria del SSN, con un potenziale impatto significativo sulla salute pubblica». 

C’è sensibilità su questi percorsi da parte delle istituzioni sanitarie?
«L’interesse esiste, ma si confronta con vincoli di spesa e la necessità di dare priorità a risorse limitate. Un approccio sistematico alla longevità richiederebbe una rimodulazione delle politiche di prevenzione, con un investimento strutturale e non episodico.

Guardando ai prossimi 10–15 anni, quale cambiamento strutturale serve per trasformare la longevità da “trend” a pilastro sostenibile dei sistemi sanitari?
«Il dialogo intersettoriale è fondamentale. Occorre far dialogare comunità scientifica, decisori politici e stakeholder economici per chiarire che l’healthspan non è solo una sfida, ma un’opportunità di crescita collettiva. Permangono, poi, resistenze culturali anche nella comunità medica, dove la longevità è talvolta percepita con scetticismo, in parte a causa di una narrazione mediatica che ne enfatizza gli aspetti più commerciali e frivoli. In realtà si tratta di un ambito complesso, ricco di contraddizioni ma anche di proposte e competenze, che coinvolge società scientifiche, ricercatori e stakeholder istituzionali. Il passaggio da “moda” a pilastro strutturale dipenderà dalla capacità di integrare queste energie in una visione sistemica e scientificamente fondata».

Chi è Alberto Beretta?
È medico e immunologo, con una lunga esperienza nella ricerca biomedica e traslazionale. La sua attività scientifica si è sviluppata tra ambito accademico e industriale, con un focus sull’immunologia, sui meccanismi dell’infiammazione cronica e sulle interazioni tra sistema immunitario, fattori ambientali e stili di vita. È presidente del Comitato Scientifico del Milan Longevity Summit.

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