Esposizioni precoci a fattori “negativi”, come inquinanti ambientali, agenti chimici, Indice di Massa Corporea (MBI) elevato in fase pre-gravidica e inadeguato aumento del peso gestazionale nella donna, scorretta gestione dello svezzamento, alterazione della composizione del microbiota intestinale.

Sono una cascata di fattori che possono influenzare l’aumento del rischio di obesità nei piccoli. Un fenomeno in sensibile crescita, in Italia e nel mondo come attestano le più recenti rilevazioni. La ricerca punta a individuare e ad agire sulle “esposizioni” precoci valutando ad esempio il ruolo della placenta in questo processo, il contributo della Dieta Mediterranea sulla riduzione del rischio di obesità, l’importanza dei mille giorni e della relazione, anche intrauterina, mamma-feto-bambino.

Tema discusso da Irene Bianco, biologa nutrizionista all’Università di Pavia, in occasione del 20° Forum di Nutrizione Pratica. Nella stessa sede, si è parlato anche del ruolo dei biotici, dei loro vantaggi e delle indicazioni per il farmacista sull’uso di questi composti. 

Una premessa numerica

Negli ultimi anni la prevalenza dell’obesità in Italia è aumentata del 29-30%: circa 6 milioni gli adulti coinvolti e – dato allarmante – 27% di bambini in condizioni di sovrappeso e 10% di obesità. Importanti le ricadute sulla spesa sanitaria, pari a circa il 9% dei costi complessivi. Dati e evidenze che hanno portato alla definizione in Italia, a ottobre 2025, della legge per il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica non trasmissibile, progressiva, recidivante e l’inserimento nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).

Dati, quelli italiani, sovrapponibili al contesto mondiale: l’ultimo rapporto Lancet 2024 conta circa 1 miliardo di persone con obesità, a fronte di tassi di prevalenza quasi quadruplicati dal 1990 al 2022 in bambini e adolescenti. Al 2022, il 74% delle morti nel mondo sono state associate a malattie non trasmissibili, non determinate cioè da una causa eziologica unica ma da determinanti complessi e multifattoriali, in cui rientra anche l’obesità.

Negli ultimi anni la prevalenza dell’obesità in Italia è aumentata del 29-30%: circa 6 milioni gli adulti coinvolti e – dato allarmante - 27% di bambini in condizioni di sovrappeso e 10% di obesità.
Negli ultimi anni la prevalenza dell’obesità in Italia è aumentata del 29-30%: circa 6 milioni gli adulti coinvolti e – dato allarmante – 27% di bambini in condizioni di sovrappeso e 10% di obesità.

Quest’ultima può essere la porta di accesso per una serie di altre importanti patologie: oncologiche, cardio-respiratorie, metaboliche come il diabete. A determinare questo pool di patologie sono esposizioni di diversa natura, comportamentali e ambientali, che insieme costituiscono l’esposoma. Un concetto introdotto nel 2005 per affiancare l’aspetto genomico a fattori legati all’ambiente e al singolo individuo che, mediati da processi interni all’organismo, possono modulare e determinare il rischio di malattia.

L’esposizione precoce

Obiettivo della ricerca è fare “prevenzione” anche in termine di esposoma limitando, per quanto possibile, l’esposizione precoce ai fattori di rischio, nei tre ambiti di azione dell’esposoma stesso: l’esposama esterno generale, su cui impattano inquinanti ambientali e condizioni atmosferiche, l’esposoma esterno specifico cioè del singolo individuo, legato ad esempio a abitudini alimentari, all’igiene del sonno, ma anche a specifiche molecole come gli interferenti endocrini, al livello di attività fisica. I due esposomi, generale e specifico, comunicano tra loro e per determinare il rischio di sviluppo di malattia sfruttano l’esposoma interno, un mediatore che considera tutte le modificazioni epigenetiche e soprattutto il ruolo del microbiota intestinale.

Finestra di alta vulnerabilità ma allo stesso tempo di opportunità per l’esposizione precoce è rappresentata dai primi 1000 giorni, periodo che va dal concepimento ai due anni di età del bambino. Una revisione degli studi di letteratura condotta dall’Università di Pavia che ha indagato il ruolo dell’esposoma limitatamente a questa finestra, evidenzia che l’esposoma generale, ad esempio gli inquinanti ambientali, possono aumentare il rischio di patologia rispetto a spazi verdi, al pari dell’azione dell’esposoma esterno specifico, ad esempio l’allattamento in formula rispetto a quello al seno materno, o allo svezzamento iniziato prima dei 6 mesi consigliati. Questo suggerisce che modificazioni epigenetiche e disbiosi in questa finestra critica possono favorire le manifestazioni di obesità nel bambino, quindi anche in età adulta.

Placenta e peso ponderale materno

Focalizzando l’attenzione sulla gravidanza e i 100 giorni, un ruolo chiave ha la placenta, organo di scambio tra la madre e il feto ma anche regolatore dell’ambiente intrauterino. L’esposizione della madre a inquinamento atmosferico, sostanze chimiche, fattori di stress psico-sociale possono determinare a livello placentare metilazioni del Dna, espressioni dell’Rna messaggero alterate, a loro volta potenziali responsabili di modificazioni genotipiche, quindi fenotipiche nel bambino predisponendolo a una serie di fattori di rischio, come la nascita pretermine, e naturalmente influenzare il livello di adiposità.

Non meno importante è lo stato ponderale materno, un fattore da prendere in considerazione nella valutazione dell’esposoma specifico: vi è evidenza che l’adiposità materna si associ a aumentato rischio di adiposità anche nel bambino, soprattutto in caso di BMI pregravidico materno elevato, in parte spiegabile dal maggiore deposito di massa grassa che accelera la crescita nei piccoli.

L’esposizione precoce ai fattori di rischio è da tenere in considerazione: specie l’esposama esterno generale, su cui impattano inquinanti ambientali e condizioni atmosferiche
L’esposizione precoce ai fattori di rischio è da tenere in considerazione: specie l’esposama esterno generale, su cui impattano inquinanti ambientali e condizioni atmosferiche

Uno studio sui Registri di Nascita che ha preso in esame più di 30 mila coppie mamma-bambino, in cui le coorti sono state suddivise in base al BMI pregravidico della mamma in sottopeso/normopeso/sovrappeso/obesità, teso a valutare la capacità del BMI pregravidico e l’aumento di peso gestazionale (rispettoso delle linee guida o inadeguato per eccesso o difetto), nell’incidere su variazioni del BMI data score del bambino dalla nascita ai 5 anni, mostra una sensibile differenza tra nati da mamme con BMI pregravidico nelle classi di obesità o sovrappeso e i nascituri da donne con BMI pregravidico normopeso e adeguato peso gestazionale, sottolineando l’importanza di un adeguato di peso pre-gestazionale. In questo cobtesto si inserisce lo studio di coorte LIMIT, condotto all’Università di Pavia.

Lo studio LIMT

Prospettico e longitudinale ha indagato l’impatto dell’esposizione materna e infantile (dalla nascita fino ai 3 anni) sul rischio di early adiposity rebound, rimbalzo precoce dell’adiposità, con la mediazione del microbiota intestinale. Dati preliminari che hanno considerato l’adeguatezza del peso gestazionale e il relativo aumento in 178 donne, associato all’aderenza alla dieta mediterranea (DM), mostrano che in circa il 62% delle partecipanti un aumento di peso gestazionale inadeguato (in eccesso o in difetto).

In merito all’aderenza alla DM, si è osservato che donne con adeguato peso gestazionale erano maggiormente aderenti alla DM, a fronte di coloro con inadeguato peso gestazionale per eccesso che lo erano poco o in misura sensibilmete più bassa. Pertanto, il pattern dietetico nell’ambito dell’esposoma generale specifico, prima e dopo la gravidanza, può influire in maniera importante sulla modulazione del rischio di obesità.

Il “continuum” madre-feto che si istaura con la placenta prosegue nel caso in cui, dopo la nascita, il bambino venga allattato al seno, ricordando che il latte materno è protettivo per la salute e preventivo di alcune patologie, compresa l’obesità, ma che può anche essere veicolo di molecole negative, ad esempio in caso di donne esposte a fumo e/o fumo passivo, alcool, inquinanti ambientali, bisfenolo (BFA) e ftalati. Sostanze tossiche che possono passare dal latte materno attraverso il circolo entero-mammario nell’organismo del bambino. A livello di esposoma interno queste molecole, da studi di letteratura, hanno la capacità di interferire con il microbiota intestinale, quindi favorire la disbiosi e la predisposizione all’obesità.

Studio AMAMI

Studio longitudinale, sempre condotto a Pavia, ha analizzato campioni di feci di bambini a 1 anno, allattati al seno almeno una volta al giorno per indagare se la composizione del microbiota intestinale potesse essere in qualche modo modulato dall’esposizione materna agli interferenti endocrini, in particolare a BPA e ftalati. Esposizione che stata valutata con analisi su campioni di urina. Riguardo agli ftalati non è emersa una differenza significativa per bambini sovra o sottoesposti, mentre per i BPA si è osservata una differenza statisticamente significativa per l’abbondanza relativa di alcune specie batteriche.

Una revisione degli studi di letteratura condotta dall’Università di Pavia ha indagato il ruolo dell’esposoma legata ai primi 1000 giorni, evidenzia che l’esposoma generale, ad esempio gli inquinanti ambientali, possono aumentare il rischio di patologia rispetto a spazi verdi, al pari dell’azione dell’esposoma esterno specifico, ad esempio l’allattamento in formula rispetto a quello al seno materno, o allo svezzamento iniziato prima dei 6 mesi consigliati.
Una revisione degli studi di letteratura condotta dall’Università di Pavia ha indagato il ruolo dell’esposoma legata ai primi 1000 giorni, evidenzia che l’esposoma generale, ad esempio gli inquinanti ambientali, possono aumentare il rischio di patologia rispetto a spazi verdi, al pari dell’azione dell’esposoma esterno specifico, ad esempio l’allattamento in formula rispetto a quello al seno materno, o allo svezzamento iniziato prima dei 6 mesi consigliati.

Un’altra fase critica nella finestra dei 1000 giorni è costituita dallo svezzamento dall’affiancamento dell’allattamento a una prima introduzione di alimenti, legato soprattutto all’apporto proteico complessivo maggiore nella dieta del bambino, dato dall’associazione del latto materno o in formula, con l’alimentazione complementare. Un intake eccessivo di proteine può, infatti, promuovere attraverso la sovrastimolazione dell’insulina e dell’IGF-1 una iperplasia dei tessuti adiposi, quindi l’obesità.

Pertanto, lo svezzamento deve rispettare le tempistiche raccomandate per l’introduzione dei cibi, con inserimento delle giuste consistenze e mettendo in atto una alimentazione “sensitive feeling”, ovvero una interazione reciproca tra caregiver, genitore e bambino affinché la varietà di cibi introdotta sia adeguata a promuovere oltre all’aspetto nutrizionale, anche lo sviluppo neuromotorio e comportale del bambino. Obiettivo impostare una alimentare benefica anche per il microbiota affinché possa modulare, positivamente, anche la reattività del sistema immunitario. 

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